Dantee Firenze.

La città dei Guelfi e dei Ghibellini, delle Arti e delle corporazioni è il paesaggio vivo della vita e dell’opera di Dante.

La Firenze di Dante

Palazzo Vecchio in piazza della Signoria a Firenze
1265

Nell’anno in cui nacque Dante, il 1265, la città di Firenze si trovava a vivere uno dei momenti più difficili ma anche dinamici della sua storia: cinque anni prima, a Montaperti, le truppe ghibelline di Siena schierate con il figlio di Federico II, Manfredi, avevano sbaragliato la fazione guelfa, che da Firenze dovette fuoriuscire a favore della parte vincente.

1266

L’anno successivo alla nascita dell’Alighieri, nel 1266, quel medesimo Manfredi ricevette a Benevento, dai guelfi capeggiati da Carlo d’Angiò, il colpo mortale che gli divise un de’ cigli. Il colpo alimentò le speranze guelfe per un trionfale rientro in città che, tuttavia, papa Clemente IV disattese, creando a Firenze un governo in cui i riottosi partiti, guelfo e ghibellino, potessero trovare un uguale peso politico.

1268

Un altro Hohenstaufen era intanto giunto a minare questa effimera concordia: Corradino, figlio di Corrado IV e nipote di Federico II, risalendo la Penisola per fronteggiare le forze guelfe filopapali e filoangioine, riaccese gli animi dei ghibellini. Ma dopo la battaglia di Tagliacozzo del 1268, a Napoli la scure del boia troncò la testa del giovane Corradino e, con essa, le speranze dei ghibellini: l’intera Toscana si avviava a essere guelfa e, nel giro di un paio d’anni, sia Siena (1269) sia Pisa (1270) capitolarono davanti al guelfismo fiorentino.

Magnati e popolani, guelfi e ghibellini

Stemma e scudi decorati sulla facciata di un palazzo fiorentino
1289

La Firenze di Dante, dinamica e complessa, era anche una città intimamente lacerata e continuamente soggetta alla lotta civile. Mentre il partito guelfo prendeva il comando della città, si acuivano i contrasti tra il ceto magnatizio, espressione dei ricchi mercanti fiorentini appartenenti alle Arti Maggiori, e il ceto popolano delle Arti Minori. Le tensioni tra queste due parti accompagnarono la giovinezza di Dante che, sotto l’insegna del guelfismo, combatté nel 1289 a Campaldino contro la ghibellina città di Arezzo.

1293–1295

La schiacciante vittoria di Firenze, tuttavia, non favorì un riavvicinamento tra magnati e popolani: nel 1293 gli Ordinamenti di Giustizia della città misero in atto, con Giano della Bella, un provvedimento filopopolano che escludeva le nobili famiglie magnatizie dalle cariche politiche. Eppure, furono proprio i popolani, nel 1295, a cacciare da Firenze Giano della Bella per non aver osteggiato l’assoluzione di Corso Donati, un violento magnate che aveva ucciso un suo parente e un popolano.

Le Arti

Le nobili e ricche famiglie fiorentine cercarono di far abolire la legge del 1293, ma con scarsi risultati; fu invece deciso che chiunque, magnati esclusi, poteva accedere al priorato della città se iscritto a una delle Arti. Firenze offrì così la possibilità di una carriera politica a Dante che, di nobile lignaggio ma non certo di rango magnatizio, si iscrisse all’Arte dei Medici e Speziali.

Bianchi e Neri

La città offriva anche altro a Dante e agli altri cittadini: la Firenze guelfa, non paga delle precedenti lotte con la parte ghibellina ormai cacciata fuori dalle mura, si era nuovamente divisa in due correnti, quella dei “guelfi bianchi”, capeggiata dalla famiglia dei Cerchi, e quella dei “guelfi neri”, capeggiata dalla famiglia dei Donati. Le lotte tra queste due fazioni, con i Neri che non nascondevano la loro simpatia per papa Bonifacio VIII e i Bianchi che apparivano sempre più gli eredi del ghibellinismo, videro prevalere i primi e il conseguente allontanamento dei secondi, nelle cui fila vi era lo stesso Dante.

Potere, ricchezza e tradimento

Illustrazione medievale con uno scontro violento tra cittadini
Tre mali

Questa era la Firenze che l’Alighieri visse in prima persona, e questa era la Firenze che il poeta stigmatizzò nelle cantiche della Commedia: una città corrotta dalla cupidigia del potere e del denaro ma, soprattutto, una città che aveva tradito l’amore che Dante provava per lei.

Potere Ricchezza Tradimento
Un’altra città

Questi sono i tre mali sociali di quella città. Tuttavia la Firenze di Dante non è solo questa: ne esiste anche un’altra, quella che il poeta avrebbe voluto e che realmente era esistita prima di lui. Una città che potremmo definire utopica e che fa da contraltare a quella del poeta.

Cacciaguida

La descrizione che ce ne fa Cacciaguida nel XV canto del Paradiso è un ulteriore strumento per comprendere, per opposizione, la Firenze tra XIII e XIV secolo. L’avo di Dante, nato nel 1091 e morto in Terrasanta durante la seconda Crociata, racconta al pronipote di aver vissuto in una Firenze virtuosa e tranquilla, aliena alle lotte intestine che avrebbero caratterizzato il secolo di Dante.

«Fiorenza dentro da la cerchia antica»Dante Alighieri, Paradiso XV, 97
La cerchia antica

I fiorentini vivevano ancora comodamente dentro la cerchia di mura che la tradizione fa risalire all’epoca di Carlo Magno. Era una Firenze sobria e onesta, che ancora non aveva conosciuto l’immigrazione delle genti dal contado, destinate, nel racconto di Cacciaguida, ad appestare col loro fetore e con la loro cupidigia la purezza dei cittadini.

Lusso e sobrietà

Se le donne fiorentine, al tempo di Dante, se ne andavano per Firenze a petto nudo, «mostrando con le poppe il petto» (Purg. XXIII, 102), e uomini e donne ostentavano il lusso degli abiti, le fiorentine e i fiorentini conosciuti da Cacciaguida ripudiavano la vanità dello sfarzo e vivevano nella morigeratezza dei sani costumi.

Il denaro

L’avo del poeta non aveva vissuto il momento in cui la prospettiva del guadagno alimentò in Firenze l’arte della mercatanzia, grazie alla quale, nell’arco di un secolo e mezzo, la città divenne uno dei maggiori centri di potere economico dell’Europa intera. La Firenze di Cacciaguida rappresenta, insomma, l’alter ego della Firenze di Dante.

Una città in espansione

Veduta dipinta della Firenze storica attraversata dall’Arno
Un cantiere

Il poeta fiorentino visse i primi 35 anni della sua vita in una città in pieno fermento, e non solo dal punto di vista politico: anche per quanto concerne lo sviluppo urbanistico, Firenze, proprio negli ultimi decenni del XIII secolo, era un vero e proprio «cantiere» a cielo aperto, che rispecchiava il suo dinamismo sociale.

1173

La «cerchia antica» di mura di cui parlava Cacciaguida non fu più sufficiente a perimetrare la città in piena espansione demografica già prima che nascesse Dante. L’inurbamento provocato dall’immigrazione di genti dalla zona fiesolana rese indispensabile, nel 1173, la costruzione di una nuova cinta muraria, che circoscrisse un’area di 95 ettari, cinque volte superiore a quella risalente all’epoca romana. Per riflettere il prestigio che andava acquisendo, Firenze cominciò inoltre a dotarsi di opere architettoniche degne di una simile città.

Evoluzione sacra e profana

Disegno architettonico di una chiesa fiorentina con facciata in marmo
1284–1333

Nel 1284 il Comune fiorentino decise la costruzione di un ulteriore circuito di mura che, terminato solo nel 1333, avrebbe portato la città a coprire un’area di ben 506 ettari. Sempre nel 1284 furono murate le quattro porte al Prato, a San Gallo, alla Croce e a Faenza; al 1294 risale la decisione di costruire l’attuale Palazzo Vecchio, i cui lavori iniziarono nel 1299.

1286

Per la pubblica utilità della città, Folco Portinari fondò nel 1286 l’ospedale di Santa Maria Nuova, mentre, per la cura delle anime, la Firenze religiosa edificava e ampliava le proprie maggiori architetture ecclesiastiche.

1289–1296

In quegli anni veniva terminata l’incrostatura marmorea del «bel San Giovanni» e, nel 1289, si mise mano all’ampliamento della piazza in cui sorgeva; con una solenne cerimonia si diede così inizio, nel 1296, al rinnovamento dell’antistante cattedrale di Santa Reparata. Non da meno furono le edificazioni degli Ordini religiosi, dalla chiesa francescana di Santa Croce alla chiesa domenicana di Santa Maria Novella.

L’esilio

Questa era dunque la Firenze che Dante fu costretto ad abbandonare dopo la condanna all’esilio, la città contro la quale non esitò a scagliare accuse e invettive piene di risentimento. Ma era anche la città che amava, la «gran villa» e il «bello ovile» verso cui, da fiorentino, nutrì sempre un profondo senso di nostalgia.